Il dialetto parmigiano

Il dialetto è un carattere originale e distintivo della parmigianità, che ha operato per secoli nel sostrato culturale del territorio parmense insinuandosi in tutti gli ambiti della vita quotidiana e assorbendone le caratteristiche, diventando pertanto specchio delle abitudini di vita e della cultura dei parmigiani. Il volume “I caratteri originali” dedica al dialetto un ampio saggio magistralmente composto da Giovanni Petrolini: “Il dialetto parmigiano. Piccola lingua di una piccola patria”. Il saggio tratta con rigore scientifico, ma con forme espressive accessibili al vasto pubblico dei non specialisti, del dialetto parmigiano illustrandone le origini, lo sviluppo nel corso dei secoli, gli influssi di sostrato e quelli derivanti dalla lingua francese e tedesca. Il saggio si occupa poi del dialetto come contrassegno sociale e come lingua del lavoro contadino. A questo proposito pubblichiamo un brano dell’appendice linguistica “Qualche parola del lavoro contadino”, qua e là tagliuzzato per ragioni di spazio.
Nel Parmense come in gran parte d’Italia il più caratteristico, e caratterizzante, dei moltissimi aspetti della tradizione popolare, fu certamente il lavoro del contadino […]. Tutti i vecchi parmigiani ricordano che in campagna a primavera c’era da semnär ‘seminare’, da zgär l’erba ‘falciare l’erba’ e da fär al fen; d’estate c’era da médor ‘mietere’, da spiglär ‘spigolare’, da bator ‘trebbiare’; d’autunno da arär ‘arare’, scartociär al melgón ‘scartocciare il granoturco’, da indumjär ‘vendemmiare’, da mostär ‘pigiare l’uva’, da strajär al rud int i càmp ‘spargere il letame nei campi’; e d’inverno naturalmente si doveva continuare ad armondär la stala ‘pulire la stalla’, ma anche ad attendere ad altre attività minori, come quella di riparare gli attrezzi da lavoro, preparare le terricciaie (trusäri), scavare fossi […]. Il tradizionale lavoro dei campi aveva poco di idillico o di bucolico per il lavoratore della terra destinato a consumarvi la sua esistenza. A volte gli sembrava di scontare una specie di condanna divina, consolata di tanto in tanto da un bicchiere di vino, più spesso cattivo che buono. A Tabiano nella seconda metà del secolo scorso circolava ancora questa rima popolare: al vilàn cuand’ l è nasì / la senténsa Dio ‘l gh à ditt. / Al gh’l à scritta int na gamba: / – Sapa, badila e vanga / e cun ‘na gussa d vén fòrt / campa vilàn fin a la mòrt. Ancora oggi la zappa, il badile e la vanga si adoperano per qualche saltuario lavoretto nell’orto dietro casa, ma sino al primo Novecento […] sono stati i compagni inseparabili del lavoro contadino. Tra essi spiccavano per importanza e valenza simbolica le falci: al fér da zgär, la falce fienaia, quando c’era da falciare l’erba, e la mesóra, la falce messoia, quando c’era da mietere il grano […]. Interessante è la vicenda storica del nome parmigiano della falce fienaia, al fér da zgär. Anche a Parma e nel Parmense infatti, come in larga parte delle settentrionali il tipo ‘segare’ (parm. zgär) non significa ‘tagliare con la sega’ ma ‘falciare (l’erba)’ […]. In proposito ci si potrebbe domandare come mai in italiano ‘tagliare con la sega’ si dica ‘segare’ che continua il lat. (SERRA) SECARE ‘tagliare, dividere (con la sega)’ […]. Sembra che tutto dipenda da un antico conflitto. Da un conflitto di omofoni. Cioè da uno di quelli scontri tra due parole di uguale veste fonetica ma di significato diverso, che spesso si concludono con la brutta fine, cioè con la scomparsa di una delle due. Uno scontro mortale di questo tipo si sarebbe verificato tra gli omofoni continuatori del lat. SERRARE ‘segare’ (che presto nell’Italia settentrionale divenne per scempiamento *serare) e quelli del lat. SERARE ‘serrare, chiudere’ (dal lat. SERA ‘spranga, catenaccio’). La convivenza dei due omofoni non poté durare perché dava luogo a facili equivoci o fraintendimenti. Così a un certo punto in larga parte dell’Italia settentrionale prevalsero i continuatori di SERARE nel senso di ‘chiudere, serrare’ (cfr. parm. sarär) mentre quelli di SERRARE ‘tagliare con la sega’ caddero in disuso e furono rimpiazzati dai continuatori di SECARE propr. ‘tagliare’. Uno dei modi più usuali di ‘tagliare’ era quello di tagliare con la sega. In buona parte dell’Italia settentrionale tuttavia i continuatori di SECARE passarono presto a significare ‘falciare l’erba’. Perché? Per la semplice ragione che nel Medioevo […] la felce fienaia usata per falciare l’erba era caratterizzata da una lama dentata proprio come quella di una sega […] A Parma dunque, come nelle altre parlate gallo-italiche dove si affermò ‘segare’ nel senso di ‘falciare l’erba’ naturalmente lo stesso tipo non poté sopravvivere anche nel significato di ‘tagliare con la sega’ e al suo posto si imposero i continuatori di un lat. volgare RESECARE (parm. rezgär).