| Parma etrusca alla luce delle ricerche più recenti |
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Dal tardo VII secolo a.C. gli Etruschi, il maggiore fra i popoli dell'Italia preromana, sono presenti in Emilia dove danno vita a un sistema di dodici città, del tutto analogo a quello esistente nella madrepatria. Anche Parma ha un passato etrusco ma per molto tempo le conoscenze in proposito sono rimaste ancorate ai pochi, benché importanti, ritrovamenti legati alle ricerche che Luigi Pigorini svolse nel XIX secolo. Da un ventennio a questa parte molte nuove testimonianze, risultato delle campagne di scavi condotte dalla Soprintendenza su tutto il territorio provinciale, offrono materia per un bilancio in continuo divenire. I siti finora noti sono circa una cinquantina, con le più significative novità nel Fidentino e attorno a Parma. Dagli scavi effettuati in pieno centro urbano si direbbe che il territorio parmense abbia trovato il proprio polo di gravitazione urbana solo nel 183 a.C. con la fondazione della colonia romana. Allargando poi lo sguardo al territorio, a partire dal tardo VII secolo a.C. il quadro delle conoscenze comincia a poggiare su testimonianze sicure, come dimostrano, ad esempio, il villaggio di capanne di Pedrignano, dotato di una fornace nella quale si produceva pregiato vasellame in bucchero, e il villaggio messo in luce a San Pancrazio. Con il pieno VI secolo a.C. si apre nel popolamento una fase nuova, caratterizzata dalla fioritura di villaggi lungo la sponda sinistra dell'Enza, nella fascia di media pianura attorno a Parma, nel Fidentino. Le tracce di bonifica delle acque di superficie fanno pensare alla trasformazione del paesaggio naturale, per piegarlo alle esigenze di un'agricoltura più evoluta.
Il V secolo a.C. corrisponde alla fase di maggior fioritura. Tutta la pianura con la sovrastante fascia collinare è sotto il controllo degli Etruschi. Quanto all'area appenninica, occorre distinguere fra le valli orientali, dall'Enza al Baganza, il cui controllo garantiva agli Etruschi relazioni dirette con l'Etruria tirrenica, e quelle occidentali del Taro e del Ceno, che continuavano a ricadere sotto il controllo dei Liguri antichi. Oltre a introdurre un nuovo modo di abitare in città compiutamente strutturate, gli Etruschi hanno avuto il merito di diffondere presso i popoli dell'Italia settentrionale la pratica della scrittura, che avevano appreso dai coloni greci del golfo di Napoli. Presso San Prospero è stato rinvenuto il frammento di anfora attica graffita che restituisce il primo nome di Parmense che sia finora attestato. Questo nostro antico concittadino si chiamava Uχu. Era probabilmente un indigeno etruschizzato e di condizione sociale non elevata. La più lunga iscrizione del parmense, graffita su di una ciotola, è stata rinvenuta a Monte di Santa Maria (Lesignano). L'iscrizione mi Θanuś riporta un nome individuale femminile che è quello della proprietaria dell'oggetto. Sembra rinviare a manifestazioni di culto la relativamente cospicua serie di ciottoli graffiti. Presenti a Monte di Santa Maria e al castello di Felino, sono stati interpretati come sortes, responsi scritti estratti dai fedeli e connessi a un oracolo. La nota sepoltura di Fraore ad oltre centocinquant'anni dalla scoperta, avvenuta nel 1864, continua a rappresentare il ritrovamento più spettacolare dell'intero territorio provinciale. Non è più possibile stabilire se il sepolcro ospitasse una sola deposizione oppure due. L'ipotesi più probabile è che il ricco corredo sia da riferirsi ad una defunta di rango molto elevato, residente in uno dei nuclei di abitato nelle adiacenze di San Pancrazio. Il servizio per il vino contiene vasellame di bronzo di manifattura etrusca, cui si accompagna una parure di gioielli in oro e argento. L'abitato di Siccomonte, nel Fidentino, rappresenta la più importante acquisizione dell'ultimo ventennio offerta dall'archeologia etrusca del parmense. Nel momento del suo maggiore sviluppo si estendeva su oltre 11 ettari, con una netta articolazione degli spazi interni. Al centro del pianoro si apriva un pozzo, presumibilmente destinato ad usi comunitari. Le abitazioni erano capanne di planimetria diversa, ma accomunate dalla presenza di un pavimento in terra battuta che riposava su un assito ligneo. Le pareti erano costruite con la tecnica del graticcio, destinando il lato sud-occidentale alla porta di ingresso. Il culto dei morti è documentato a Casaltone, con scheletri adagiati su un fianco per restituire simbolicamente ai defunti quella fisicità che il rogo funebre aveva annientato, e da un recente ritrovamento a Baganzola, dove le urne funerarie contengono corredi con eleganti ornamenti in bronzo. A una religiosità rurale si è proposto di riferire il ripostiglio di lingotti di Quingento di San Prospero. Scoperto casualmente nel 1870, si componeva originariamente di otto lingotti di rame ferroso. L'importante riserva di metallo (kg 14,513), materiale prezioso nell'antichità, doveva essere il frutto di offerte votive come indicano i numerosi fontanili della zona del ritrovamento che potrebbero aver favorito forme di culto delle acque di risorgiva. Con gli inizi del IV secolo a.C., in concomitanza con l'invasione dei Galli Boi, le vallate appenniniche tornavano sotto il pieno controllo dei Liguri, antichi abitatori di quelle contrade. In pianura la rete degli abitati etruschi fu, si direbbe, azzerata, anche attraverso distruzioni, come dimostrano tracce di incendio a Siccomonte. Con l'arrivo dei Galli cessa l'esistenza di Parma etrusca ma non il suo ricordo che ritorna presso gli storici romani. Roberto Macellari
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